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Clima: conoscere lo scenario per dominare i rischi, il quinto episodio del #podcast Agrifuturo

L’ultimo Rapporto del Gruppo Intergovernativo di esperti sul Cambiamento Climatico - IPCC delle Nazioni Unite rilasciato a marzo 2023, ci restituisce la fotografia sullo stato del clima attuale e ci trasmette tre messaggi: oltre un secolo di combustione di fossili, di uso del suolo e di sfruttamento di risorse diseguali e insostenibili ha portato a un riscaldamento globale di 1,1°C rispetto ai livelli preindustriali; da questo dipendono in larga parte eventi atmosferici estremi e violenti, che causano impatti sempre più pericolosi sulla natura e sulle persone a livello globale; dovremmo fare i conti con loro, adattandoci con azioni mirate.

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Clima: conoscere lo scenario per dominare i rischi, il quinto episodio del #podcast Agrifuturo

La buona notizia -ci rincuora il narratore e moderatore del quinto episodio del #podcast Agrifuturo- è che abbiamo mezzi economici e tecnici per limitare il livello di riscaldamento anche a 1,5°C e la transizione è una grande opportunità anche per l’agricoltura del futuro. Conoscere è la prima arma di difesa.

La  puntata è ricca di interventi. 

La prima a prendere la parola è Valentina Pavan, climatologa di Arpae Emilia-Romagna, che ci spiega perché le cause del cambiamento climatico sono antropiche e come i data-set climatici possono aiutare gli agricoltori:

“Per attribuire ai cambiamenti climatici osservati cause antropogeniche sono stati fatti numerosi esperimenti, mettendo a confronto tra loro le variazioni del clima globale dall’era industriale (circa 1850) fino ai giorni nostri. Negli esperimenti, si sono replicate le concentrazioni dei gas serra effettivamente osservate o sono state tenute costanti ai loro valori preindustriali. Questi due tipi di esperimenti hanno utilizzato un elevato numero di modelli climatici molto diversi tra loro e tutti hanno evidenziato la stessa cosa: le serie di temperatura media globale per i due tipi di esperimenti sono risultate diverse e la serie termica globale più prossima a quella fino ad oggi misurata è proprio quella ottenuta a partire dalle concentrazioni di gas serra osservate; quindi possiamo affermare che non è possibile che si verifichino dei cambiamenti climatici così intensi e repentini come quelli osservati negli ultimi decenni, se non si assume che le concentrazioni dei gas serra siano cambiate; e tale cambiamento è principalmente dovuto all’immissione in atmosfera di grandi quantità di gas serra a causa dell’attività antropogenica, in particolare l’utilizzo di combustibili fossili estratti dalle profondità della terra per produrre energia”.

Nel secondo episodio di Agrifuturo si è parlato di dataset meteo-climatici, Valentina Pavan ci spiega meglio cosa sono a cosa servono: “I dataset meteo-climatici sono collezioni di dati metereologici osservati oppure ottenuti da dati osservati, che si estendono per un periodo di tempo di almeno trent’anni e che possono essere utilizzati per descrivere i valori medi e la variabilità del clima”.

“Più il periodo coperto da un database climatico è lungo -prosegue la studiosa- più è difficile trovare serie osservative che soddisfino tutti i criteri di qualità elencati, soprattutto per la temperatura superficiale, che è molto sensibile all’ambiente che circonda il punto misura. Per questo motivo, in Emilia-Romagna -una delle regioni pilota del Progetto- abbiamo prodotto due dataset climatici: uno che parte dal 1961 -che chiamiamo Eraclito 61- che contribuisce a un numero limitato di serie climatiche osservante e quindi non rappresenta in modo dettagliato il clima della nostra regione, ma descrive bene le variazioni medie regionali del clima o su ampie porzioni del territorio, questo dataset si può usare per descrivere i cambiamenti climatici e i trend; un altro dataset, invece, parte dal 1991 -si chiama Eraclito 91- ed è costruito utilizzando molte serie termiche osservate e permette di descrivere con un buon dettaglio spaziale le variazioni climatiche degli ultimi trent’anni”.

Il moderatore introduce poi Antonio Volta, agrometeorologo di Arpae Emilia-Romagna, che approfondisce il rapporto tra agricoltura e cambiamenti climatici:

“A livello europeo l’agricoltura, in senso stretto, è responsabile di circa il 10% delle emissioni, mentre l’intera filiera agroalimentare supera il 30%. Tuttavia, un’agricoltura basata su pratiche sostenibili e conservative è capace di ridurre drasticamente le emissioni prodotte e, allo stesso tempo, di immagazzinare carbonio nelle biomasse e nel suolo: queste misure sono dette di mitigazione del cambiamento climatico. Allo stesso tempo, l’agricoltura è uno dei settori più esposti agli impatti dei cambiamenti climatici, essendo le produzioni in pieno campo strettamente dipendenti dalle condizioni meteo”.

L’agrometeorologo descrive quindi come il cambiamento climatico modifica i cicli vegetativi delle colture: “in particolare l’aumento della temperatura è il principale fattore che altera lo sviluppo fenologico delle piante, le quali non hanno una risposta univoca  a tale cambiamento: alcune piante, infatti, anticipano e accorciano il ciclo vegetativo per evitare di lavorare durante il picco estivo di calura; altre piante preferiscono invece allungare il ciclo, chiudendo gli stomi in piena estate per evitare danni da caldo e da carenza idrica, per poi riprendere il loro corso al ritorno di condizioni ambientali più consone alla loro fisiologia”.

Nel prosieguo della puntata, viene approfondito il fenomeno del degrado del suolo e della desertificazione. Barbara Di Rollo, Gestione del suolo e delle Risorse Irrigue, Florovivaismo di Cia - Agricoltori Italiani, interviene citando il recente Rapporto Speciale IPCC sui Cambiamenti Climatici, Desertificazione, Degrado del suolo, Gestione Sostenibile del territorio, Sicurezza Alimentare e Flussi dei Gas ad Effetto Serra negli Ecosistemi Terrestri: “In molti paesi la desertificazione ha già colpito migliaia di ettari di zone agricole che erano tradizionalmente fertili e ci sono, ad oggi, molte porzioni di questi suoli che hanno perso completamente la loro funzione ecosistemica. Diverse zone di alcune regioni, tra cui la Lombardia, la Puglia, la Campania, la Sicilia e la stessa Emilia-Romagna hanno perso gran parte della capacità, insita nel suolo, di rendere sia la fertilità sia l’assorbimento dell’anidride carbonica presente nell’aria”.

A questo punto l’esperta introduce il ruolo del suolo e delle foreste, in questo ambito: “Sia i suoli che le foreste sono dei sistemi in grado sia di assorbire che di emettere carbonio. I vegetali sono in grado di assorbire direttamente l’anidride carbonica dell’aria e di stoccarla nei loro apparati con un processo che sfrutta l’energia solare; allo stesso tempo, il carbonio organico è anche una componente costituita dai residui vegetali e animali decomposti che, nel suolo, sono fermentati e trasformati con il tempo dai diversi organismi viventi in esso presenti. Oltre a contribuire alla qualità del terreno, questa caratteristica di contenere la sostanza organica nel suolo è anche un segnale strettamente collegato alla fertilità del suolo. La maggior parte dei suoli dovrebbe avere un contenuto di sostanza organica di circa il 3%, da varie misurazioni che sono state compiute in Emilia-Romagna sappiamo che molto spesso i suoli agricoli ne contengono meno dell’1%, questo è preoccupante e deve essere contrastato".

Inoltre -avverte la responsabile Cia-Agricoltori Italiani- “è importante ragionare in termini di controllo della impermeabilizzazione del suolo. L’Italia è tra i paesi in Europa con la maggior parte della superficie agricola utilizzata anche per le costruzioni, quindi viene cementificata. Tutta questa superficie, soprattutto degli ambienti più fertili e più idonei alle coltivazioni, viene sottratta irreversibilmente all’utilizzo agricolo.

“Preservare il suolo dalla cementificazione -conclude Barbara Di Rollo- è uno dei punti essenziali nel contrasto al cambiamento climatico e di conseguenza anche dei rischi a cui andiamo incontro con l’aumentare dei fenomeni ad esso collegati: la siccità, così come il suo rovescio, le alluvioni o le cosiddette bombe d’acqua”.

Dagli interventi finora ascoltati, è chiaro che, per condurre un’azienda agricola, oggi non è più sufficiente essere un buon agricoltore, ma occorre mettere in campo tutta una serie di azioni per attuare un’adeguata gestione dei rischi. Alcuni di essi discendono dai cambiamenti climatici, mentre altri sono connessi alle condizioni di mercato, all’andamento dei prezzi, alle crisi internazionali.

Per questo, nell’ultima parte della puntata è Giuseppina Felice, Dirigente Responsabile del Settore Competitività delle imprese e Sviluppo dell’innovazione della DG Agricoltura, caccia e pesca della Regione Emilia-Romagna ad enumerare gli strumenti a disposizione degli agricoltori:

“Sono molto importanti tutti gli strumenti informatici e digitali che mettono a disposizione dati meteorologici, ambientali, raccolti in campo anche attraverso l’agricoltura di precisione e soprattutto la possibilità di elaborare questi dati: i DSS - Decision Support System, consentono all’agricoltore di assumere decisioni per adattare e difendere le proprie colture dagli eventi climatici”.

La prevenzione dei danni è l’altro fronte importante citato, attraverso investimenti materiali nella cosiddetta difesa attiva: “La difesa attiva è finalizzata al mantenimento della produzione, per consentire all’agricoltore di mantenere le proprie produzioni e garantire la sopravvivenza nell’azienda nel lungo periodo. Si tratta di fare investimenti materiali in impianti, attrezzature che difendono le produzioni quando si verificano gli eventi calamitosi. Una cosa molto importante è l’interazione tra gli strumenti che abbiamo visto prima, quelli informatici e la difesa attiva: cioè la possibilità di azionare gli impianti tempestivamente, grazie alle segnalazioni che vengono da questi sistemi digitali e informatici”.

Accanto a una difesa attiva, Giuseppina Felice menziona anche strumenti di difesa passiva: si tratta dei fondi di mutualizzazione e di assicurazioni:

“Gli agricoltori possono godere di polizze agevolate che prevedono un contributo del 70% sul premio: qui è fondamentale l’azione dei Consorzi di difesa che negoziano le polizze collettive con le compagnie, cercando di spuntare le condizioni migliori, ma soprattutto contribuiscono a diffondere la cultura assicurativa tra gli agricoltori. La nuova frontiera sono i fondi di mutualizzazione, che spesso sono anche l’unico modo per gestire i rischi che le compagnie non assicurano; quest’anno, per esempio, abbiamo avuto molti problemi nell’assicurare alcuni eventi come il gelo, perché le compagnie hanno ritenuto non remunerativo per loro assicurare certi rischi. In alcuni casi è necessario mettere in piedi anche altri strumenti: i fondi di mutualizzazione nascono per una iniziativa volontaria degli agricoltori che mettono insieme risorse per condividere i rischi che derivano dalle calamità, oppure dalle emergenze sanitarie. Anche i fondi possono godere di un contributo pubblico sia per la loro costituzione sia successivamente per l’integrazione del fondo”.

Sempre in tema di soluzioni, Giuseppina Felice segnala che “una novità di quest’anno è quella prevista dalla nuova Politica Agricola Comune, in particolare nella programmazione 2023-2027, nell’ambito della quale è stato creato il Fondo AGRICAT, il fondo mutualistico nazionale per la copertura dei rischi catastrofali, gestito da una società controllata al 100% da ISMEA, che prevede la partecipazione obbligatoria di tutte le aziende agricole che percepiscono aiuti pubblici. Il Fondo, che è alimentato con un prelievo del 3% sui contributi ricevuti nell’ambito della PAC, costituirà un primo livello di copertura contro i rischi meteo-climatici estremi, causati da gelo, brina, alluvione e siccità. Il Fondo AGRICAT svolgerà un ruolo complementare rispetto alle polizze assicurative, che potranno continuare ad operare anche su rischi catastrofali, limitatamente alla parte di rischio non coperta dal Fondo”.

“In tema di gestione dei rischi -conclude- è necessario ricordare una particolare categoria di fondi mutualistici che è rappresentata dai cosiddetti Ist - Income stabilization tool, cioè strumenti di stabilizzazione del reddito, la cui particolarità è data dal fatto che riguardano più un fenomeno economico che meteorologico, ma che comunque incide sul reddito degli agricoltori, legato soprattutto a eventi che negli ultimi anni hanno creato vere e proprie crisi settoriali quali la volatilità dei prezzi dei prodotti -e quindi dei ricavi che da essi discendono- e dai fattori della produzione -che possono generare un accentuata variabilità dei redditi”.

Questo è un quadro complessivo che consente di poter fare un’adeguata gestione dei rischi, su cui va a sviluppata sempre di più la consapevolezza degli agricoltori.

 

Ascolta la quinta puntata del #podcast Agrifuturo

https://www.spreaker.com/user/17008151/life-ada-episodio-5

https://open.spotify.com/episode/0ggH8etz5HdzM0PHktsLHQ

https://podcasts.apple.com/.../clima.../id1674634912...

 

I testi del podcast sono a cura di Lob Communication e Osservatorio Clima di ARPAE con la supervisione di UnipolSai, capofila del progetto Life Ada insieme ai partner ARPAE Emilia-Romagna, Cia–Agricoltori Italiani, CREA-Politiche e Bioeconomia, Festambiente, Legacoop Agroalimentare Nord Italia, Leithà e Regione Emilia-Romagna, DG - Agricoltura. Il podcast è realizzato con il contributo di LIFE, uno strumento finanziario dell’Unione Europea LIFE19 CCA/IT/001257.